Zootecnia sostenibile: come rendere più efficiente e redditizio un allevamento di bovini

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Non temete i momenti difficili: il meglio viene da lì. (Rita Levi Montalcini)

Abbiamo voluto iniziare questo contributo sulla zootecnia sostenibile, con una frase che secondo il nostro punto di vista calza a pennello, sia per il momento storico che il mercato zootecnico sta attraversando, che per il focus specifico dell’articolo stesso, proiettato in un futuro che profuma molto di presente.

Quando sentiamo parlare di sostenibilità, generalmente la prima cosa che risulta ostica è proprio dare una definizione della stessa, senza cadere nella trappola della retorica o di definizioni fumose e poco collegate alla realtà.

Indice di questo articolo

Zootecnia sostenibile: cosa significa per un allevamento moderno

La zootecnia da latte sostenibile, consiste di fatto nella produzione di latte  nel rispetto dell’ambiente, del benessere animale e della sostenibilità economica dell’azienda.

Un altro modo per definirla potrebbe anche essere, parafrasando la definizione appena scritta, la produzione di una medesima quantità di latte ottenuto impiegando meno risorse.

La sostenibilità consiste quindi in un approccio manageriale attento all’efficienza aziendale a 360 gradi, che mira ad alleggerire il costo in termini di risorse – mediante percorsi di efficientamento – per ottenere il medesimo quantitativo di prodotto finito.

Per essere chiari, non è sostenibile economicamente in Italia una tipologia di allevamento da latte che utilizzi il pascolamento indiscriminato: il terreno è fisiologicamente una risorsa poco abbondante, e pertanto il suo uso deve essere calibrato in modo accurato.

Secondo lo stesso principio si può considerare efficiente, quindi sostenibile, utilizzare la soia decorticata (scarto dell’industria alimentare umana) come fonte di apporto proteico nelle razioni alimentari bovine. Nulla quindi è sostenibile a priori o per ideologia preconcetta: solo ciò che è certo e misurabile può essere definito tale.

In quali ambiti migliorare la sostenibilità di un allevamento

Come detto sopra, la sostenibilità – o il miglioramento della stessa – si concretizza in diversi ambiti aziendali: ovunque sia possibile un intervento per migliorare il rapporto risorse impiegate/risultato atteso si configura un potenziale miglioramento della sostenibilità. E gli ambiti nei quali agire sono molteplici, con differenti aree di interesse coinvolte:

Sostenibilità ambientale

La sostenibilità è migliorabile intervenendo:

  • sulla riduzione delle emissioni (sia di metano che di protossido di azoto) naturalmente generate dalle deiezioni della mandria;
  • sulla gestione efficiente dei reflui;
  • sull’uso razionale dell’acqua (minimizzando gli sprechi) e della energia;
  • sulla produzione di energia da biomasse e fonti rinnovabili (fotovoltaico).

Benessere animale

Il benessere animale è migliorabile intervenendo:

  • sulla gestione degli spazi e sul comfort degli stessi;
  • sulla ventilazione, sul raffrescamento, sulla protezione dagli agenti atmosferici (sole eccessivo, acqua, vento forte);
  • sulla disponibilità abbondante di acqua sempre fresca e pulita;
  • sulla prevenzione di mastiti, zoppie, disfunzioni metaboliche, attraverso il monitoraggio preventivo delle forme sub-cliniche.

Alimentazione sostenibile

L’alimentazione sostenibili è migliorabile intervenendo:

  • sull’incremento dell’utilizzo di foraggi aziendali (autoprodotti);
  • sull’adozione di tecniche di precision feeding;
  • sull’utilizzo di sottoprodotti che vengono così nobilitati;
  • su politiche di riduzione degli sprechi, soprattutto in mangiatoia.

Economia circolare

L’economia circolare è migliorabile intervenendo:

  • sulla integrazioni fra coltivazioni interne ed allevamento, riducendo il ricorso ad input esterni, costosi in termini di trasporto e filiera lunga;
  • sul riutilizzo dei reflui come fertilizzanti, in un’ottica di ciclo chiuso.

Innovazione tecnologica

L’innovazione tecnologica è migliorabile intervenendo:

  • sul ricorso alla mungitura robotizzata;
  • sul ricorso a sensori per il monitoraggio costante della salute e dei comportamenti della mandria;
  • sull’utilizzo di software gestionali in grado di aggregare ed analizzare i dati raccolti, al fine di generare KPI immediati e chiari;
  • sul ricorso alle tecniche di Precision Farming e di agricoltura di precisione.

Ed è altresì utile sottolineare che – se come abbiamo detto si può parlare di aumento della sostenibilità in corrispondenza di un punto in cui la medesima quantità di prodotto finito viene ottenuta con un minor ricorso a risorse – lo stesso assioma vale se intendiamo come miglioramento della sostenibilità un incremento della efficienza produttiva, laddove il rapporto fra quantità di prodotto finito ottenuto e risorse impiegate tende ad aumentare, riducendo di fatto – matematicamente – l’impatto sul sistema per litro di latte prodotto. 

Appare quindi chiaro che sposare una politica di “sostenibilità” non è solo una questione di carattere etico, ma ha delle implicazioni economiche piuttosto marcate, sia in termini di aumento della redditività aziendale, che in tema di investimenti necessari. Ma prima di occuparci di questi aspetti ci preme analizzare se il concetto di sostenibilità può essere considerato un fattore competitivo nella zootecnia da latte, tale da giustificare ulteriormente un cambio di visione in tal senso.

In che misura, e attraverso quali meccanismi, la sostenibilità rappresenta una chiave competitiva

Nell’evoluzione delle realtà zootecniche, sia per quanto riguarda la realtà dei fatti che la percezione delle stesse nel sentiment comune, è opinione diffusa che il tema della sostenibilità sia passato da mero vincolo normativo a leva competitiva, diventando un elemento chiave per l’accesso ai nuovi mercati e – soprattutto – per la creazione di valore. Queste dinamiche sono sempre più veicolate attraverso i mutati comportamenti dei diversi attori della filiera alimentare, ed è utile analizzare il contributo dei vari ruoli in tal senso.

  • Il consumatore: è sempre più attento alle tematiche legate al rispetto del benessere animale, alla tracciabilità dei prodotti e alla loro sostenibilità, ed è disposto – per ottenere prodotti che presentino queste caratteristiche – a corrispondere un premium price.
  • La Grande Distribuzione (GDO): seleziona sempre più i propri fornitori sulla base dei requisiti di sostenibilità dimostrati dagli stessi, sviluppa e promuove – spesso in corner dedicati – linee di prodotto sostenibili, e spesso impone capitolati ambientali da far rispettare ai propri partner.
  • L’industria Lattiero-Casearia: sviluppa in modo crescente sistemi di scoring aziendale, seleziona gli allevatori anche basandosi sui criteri ESG, richiede sempre più spesso certificazioni di tracciabilità e dati ambientali.
  • Il settore Finanziario: valuta i propri clienti tramite rating ESG, garantendo migliori condizioni di accesso al credito a chi presenta punteggi più performanti, propone finanziamenti agevolati per progetti “green”.

Ne consegue quindi che il requisito della sostenibilità, permette un miglior accesso ai mercati, inteso sia come possibilità di atterrare su piattaforme alternative alle tradizionali, che come maggior facilità di restare su quelle storiche, oltre che poter godere di un premium price che remunera il maggior valore intrinseco offerto e percepito del prodotto.

Costi e incentivi per la transizione sostenibile

Va da sé che ogni mutamento della struttura aziendale, è raggiungibile mediante investimenti strutturali più o meno importanti. Certo che se considerassimo tutti i punti che abbiamo sopra elencato relativi ai vari ambiti di intervento, per una ipotetica azienda con 200 capi in lattazione, la somma di tutte le operazioni migliorative rappresenterebbe un esborso di entità notevole da affrontare “una tantum”, tale da scoraggiare anche l’imprenditore animato dalle migliori intenzioni.

A nostro parere i miglioramenti in tal senso andrebbero “scalettati” in modo da poter essere diluiti nel tempo, e permettere che i ritorni economici fossero sufficienti per garantire la copertura anche in quella che i tecnici chiamano “worst hypothesis”, ovvero nel caso di un mercato in tensione.

A titolo puramente esemplificativo, e seguendo un nostro personale filo logico, riteniamo che un buon piano di adeguamento possa essere strutturato in 3 fasi distinte:

  1. concentrandosi principalmente sulla ottimizzazioni delle razioni alimentari, della gestione dei reflui e degli sprechi energetici;
  2. affrontando gli investimenti di media entità, come la ventilazione ed il raffrescamento delle stalle, l’installazione di un impianto fotovoltaico e dei sensori per il monitoraggio della mandria;
  3. valutando gli investimenti strutturali a più alto impatto finanziario (impianti di biogas, certificazioni di carbon neutrality, robotizzazione della mungitura).

E’ importante sottolineare come – per tutti gli investimenti che favoriscono la transizione verso un’economia più sostenibile – sono previsti specifici incentivi nazionali e comunitari finalizzati all’abbattimento parziale dell’onere degli investimenti, sia nella forma del contributo in conto capitale, che mediante l’accesso a finanziamenti a tassi particolarmente vantaggiosi, ed infine sotto forma di credito d’imposta recuperabile fiscalmente. Tali agevolazioni sono previste da varie misure, fra le quali le principali sono:

  1. PNRR (Transizione verde e digitale);
  2. PSR/CSR regionali (PAC 2023-2027);
  3. Crediti di imposta e Transizione 4.0;
  4. Fondi nazionali e ISMEA.

L’accesso a tali misure – spesso combinabili ed in grado di ridurre il costo degli investimenti fino al 50/60% – avviene partecipando ad appositi bandi. Riteniamo, vista la nostra esperienza in merito, che per minimizzare i disagi dovuti alla burocratizzazione degli stessi, gli strumenti di finanza agevolata debbano essere gestiti da professionisti esperti e preparati in materia. Scopri di più visitando la nostra pagina dedicata.

Benefici attesi di un approccio legato ad una sostenibilità crescente

In una azienda zootecnica, come abbiamo visto, migliorare il proprio rating di sostenibilità ed il proprio score ESG, rappresenta oggi più che mai un vantaggio competitivo per garantirsi l’accesso a mercati in grado di garantire un premium price di prodotto, uscendo dalla logica del latte commodity, troppo esposto alle fluttuazioni di mercato (che altrimenti chiameremmo speculazioni…).

Di fatto quindi, aggiungere un valore percepito a ciò che si produce, permette di mettere distanza tra sé ed i competitor, dando la possibilità di una riconoscibilità certa e permettendo, in ultima analisi, di affrontare in modo resiliente i marosi dei mercati.

Non bisogna inoltre trascurare quanto abbiamo affermato all’inizio di questo contributo: la sostenibilità si verifica di fatto quando si riesce a produrre lo stesso quantitativo di un bene, con un costo in termini di risorse (economiche, ambientali e sociali) inferiore.

Parecchi studi sono stati effettuati e sono tuttora in corso a tale proposito, principalmente utilizzando come metodologia di riferimento l’approccio LCA (Life Cycle Assessment, ovvero l’analisi del ciclo di vita del prodotto). I risultati variano ovviamente dalla profondità degli interventi attuati e per ogni singola azienda, ma le opinioni convergono sul quantificare un range di risparmio per 100 litri di latte prodotto che varia da un minimo di poco più di 2 euro ad un massimo di oltre 5 euro. Ovviamente i risultati – come si ripete – sono funzione sia dell’intensità delle ristrutturazioni apportate alle varie aree di interesse (citate in apertura di questo articolo) che al numero di aree interessate. 

Certo è che questo tipo di analisi risulta particolarmente affascinante e meritevole di ulteriori approfondimenti, in quanto permette una quantificazione del risparmio che si ottiene per produrre in modo più efficiente, dove l’efficienza è intesa come risparmio di costi ambientali.

Conclusione

Produrre meglio lavorando nel rispetto della terra, degli animali e dell’ambiente.

E allora veramente il meglio può venire dai momenti più difficili.

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